DISCORSO DI OBAMA DI CHIUSURA ALLA CONVENTION DEMOCRATICA

settembre 11, 2008

Nonostante la convention democratica si sia ormai conclusa da due settimane e nonostante i media, i giornali, i gruppi politici abbiano già dibattuto sul discorso del Senatore, riporto, per gli appassionati, il testo(da me integralmente tradotto) del discorso di Obama.

“ Al presidente Dean e al mio grande amico Dick Durbin; e a tutti i miei compagni cittadini di questa grande nazione; con profonda gratitudine e umiltà, accetto la nomina alla presidenza degli Stati Uniti d’America.

 

Lasciate che esprima i miei ringraziamenti agli storici candidati che mi hanno accompagnato in questa avventura e specialmente a colei che ha viaggiato da più lontano- l’eroina dei lavoratori americani e fonte d’ispirazione per le mie figlie e per voi. Hillary Rodham Clinton. Al presidente Clinton, che la scorsa notte ha parlato della necessità del cambiamento come solo lui può fare; a Ted Kennedy , che incarna lo spirito del servizio; e al prossimo vice presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, io ti ringrazio.

Sono grato di finire questo “viaggio” con uno dei più illustri statisti del nostro tempo, un uomo che si sente a  proprio agio  con tutti, dai leaders mondiali ai conduttori del treno Amtrak che ancora prende per tornare a casa ogni sera.

 

All’amore della mia vita, la nostra prossima first lady, Michelle Obama, e a Sasha e Malia- vi amo cosi tanto e sono orgoglioso di tutti voi.

 

Quattro anni fa io mi trovavo di fronte a voi e vi raccontavo la mia storia che parlava della breve unione tra un giovane ragazzo del kenya e di una giovane ragazza del Kansas che non erano né benestanti né noti, ma che condividevano una convinzione: che in America il loro figlio potesse raggiungere qualunque cosa si mettesse in testa di fare.

 

E’ quella promessa che ha sempre contraddistinto questo paese; ovvero che attraverso il duro lavoro e il sacrificio, ciascuno di noi possa realizzare i propri sogni ma ancora insieme come un’unica famiglia americana per garantire che anche  la prossima generazione possa perseguire i propri sogni.

 

E’ per questa ragione che io sono qui questa sera. Perché per duecento trentatré anni, ogni volta che quella promessa era a rischio, uomini e donne ordinari- studenti e soldati, contadini e insegnanti, infermieri e portieri- trovarono il coraggio di tenerla viva.

 

Noi stiamo andando incontro ad uno di quei momenti, un momento in cui la nostra nazione è in guerra, la nostra economia è in tumulto e la promessa americana è stata ancora una volta minacciata.

 

Questa sera, molti americani sono disoccupati e molti stanno lavorando duramente per una bassa paga . Molti di voi hanno  perso le proprie case e molti di più ancora stanno vedendo crollare i  valori delle proprie case. Molti di voi hanno macchine che non possono permettersi di guidare, debiti di carte di credito che non si possono permettere di pagare e una retta che è al di là delle proprie possibilità.

 

Questi problemi non sono tutti creati dal governo. Ma l’incapacità di risolvere queste  problematiche è il diretto risultato dell’inefficace politica di Washington e delle politiche fallimentari di George W. Bush.

 

America, noi siamo meglio di questi ultimi otto anni. Noi siamo un paese migliore di questo.

 

Questo paese è meglio di una nazione ove una donna dell’Ohio, alle soglie della pensione, si ritrova con una malattia che la porta al disastro dopo un’intera vita di duro lavoro.

 

Questo paese è più generoso di uno dove un uomo in Indiana deve  mollare la propria attrezzatura con cui lavora da venti anni, deve vedersela trasportare in Cina, e poi trattiene le lacrime mentre spiega di sentirsi un fallito quando torna a casa per raccontare alla famiglia quello che è successo.

 

Noi siamo più compassionevoli di un governo che lascia i suoi veterani dormire nelle nostre strade  e lascia le famiglie cadere nella povertà; che sta seduto mentre la maggiore città d’America soffoca davanti ai nostri occhi.

 

Questa sera, io dico alla popolazione americana, ai democratici,ai repubblicani e agli indipendenti di questo grande paese: è abbastanza! Questo momento- questa elezione- è la nostra chance per mantenere viva, nel 21 secolo, la promessa americana.

Perché la prossima settimana, in Minnesota, lo stesso partito che vi ha guidato per due volte, quello di George Bush e Dick Cheney, vi chiederà di governare questo paese per la terza volta.

Noi siamo qui perché amiamo troppo questo paese per lasciare che i prossimi quattro anni siano come questi ultimi otto anni. Il 4 novembre noi dobbiamo stare in piedi e dire:”Otto è abbastanza”.

 

Adesso non lasciamo che ci siano dubbi. Il candidato repubblicano, John McCain, ha indossato l’uniforme del nostro paese con coraggio e distinzione, e per questo noi gli dobbiamo la nostra gratitudine e il nostro rispetto. E la prossima settimana, noi sentiremo di quelle occasioni in cui egli ha rotto con il suo partito come prova che egli può portare il cambiamento di cui noi abbiamo bisogno.

 

Ma il precedente è chiaro: John McCain ha votato con George Bush per il novanta per cento del tempo.

Al senatore McCain piace parlare di giudizio, ma in realtà, che cosa dice riguardo al vostro giudizio quando pensate che George Bush ha avuto ragione per più del novanta per cento dei casi? Io non so qual è il vostro pensiero, ma io non sono pronto a prendere solo il dieci per cento di possibilità per un cambiamento.

 

La verità è che, su una questione dopo l’altra che farebbe la differenza nelle nostre vite, sull’assistenza sanitaria, sull’economia e sull’educazione, il Senatore McCain è stato tutt’altro che indipendente. Lui ha detto che la nostra economia ha fatto grandi progressi sotto questo presidente. Lui dice che le fondamenta della nostra economia sono solide. E quando uno dei suoi principali consulenti, l’uomo che ha scritto il suo piano economico,  stava parlando dell’ansia che gli americani stanno sperimentando, lui disse che stavamo semplicemente soffrendo di “un ritardo mentale” e che siamo diventati, cito testualmente, “una nazione di piagnucoloni”

 

Una nazione di piagnucoloni? Che lo dica agli orgogliosi lavoratori della fabbrica del Michigan che, dopo aver scoperto che stava chiudendo, continuavano ad andare a lavoro ogni giorno e a lavorare più sodo che mai, perché sapevano che c’erano persone che contavano sui freni che loro fabbricavano. Che lo dica alle famiglie dei militari che portano silenziosamente sulle loro spalle grossi pesi mentre guardano i loro amati partire per la terza, quarta o quinta missione. Questi non sono piagnucoloni. Lavorano duro, pagano le tasse e continuano ad andare avanti senza lamentarsi.

Questi sono gli americani che io conosco.

 

Adesso non credo che il senatore McCain non si cura di cosa sta accadendo nelle vite degli americani. Io semplicemente penso che lui non sa. Per quale altro motivo, se no,  egli definerebbe la classe media come qualcuno che guadagna sotto i cinque milioni di dollari l’anno? Come altro potrebbe, se no, proporre un taglio delle tasse di centinaia di miliardi di dollari per le grandi aziende e compagnie petrolifere ma non destinare  neanche un penny di tasse per l’assistenza sanitaria a più di centinaia di milioni di americani? In che altro modo egli poteva offrire un piano di assistenza sanitaria che attualmente tasserebbe i benefici della popolazione, o un programma per l’istruzione che non farebbe niente per aiutare le famiglie a pagare il college, o un piano che privatizzerebbe la previdenza sociale  e metterebbe a rischio la vostra pensione?

 

Non è perché John McCain non se ne cura. È perché egli non sa cosa si deve fare.

 

Per oltre due decenni, ha approvato quella antica e screditata filosofia repubblicana: dare sempre di più a quelli che che hanno già tanto e sperare che la prosperità raggiunga tutti gli altri

A Washington la chiamano la società della proprietà, ma quello che realmente significa è che tu sei lasciato da solo.

Disoccupato? Peggio per te. Non hai l’assistenza sanitaria? Il mercato vi provvederà. Sei nato povero? Devi cavartela da solo, con le tue forze, anche se non hai i mezzi per farlo. Tu sei da solo.

Bene, è per loro il tempo di prendersi le proprie responsabilità. E’ il tempo per noi di cambiare l’America.

 

Voi capite, noi democratici abbiamo un modo completamente diverso di misurare cosa costituisce il progresso in questo paese.

 

Noi misuriamo il progresso da quante persone possono trovare un lavoro che gli consenta di estinguere l’ipoteca; se ti permette di mettere da parte un po’ di soldi alla fine del mese cosi’ che un giorno tu possa vedere tua figlia ricevere il diploma al college. Noi misuriamo il progresso nei 23 milioni di posti di lavoro che furono creati quando Bill Clinton era presidente, quando una famiglia media vedeva le sue entrate salire a 7.500 dollari e non scendere a 2.000 come accade con il governo Bush.

 

Noi misuriamo la forza della nostra economia non dal numero di miliardari che abbiamo o dai profitti del “Fortune 500”, ma dal fatto che qualcuno con una buona idea  possa assumersi il rischio di iniziare un nuovo affare, o dal fatto che la cameriera che vive di mance possa prendersi un giorno libero per curare il figlio malato senza rischiare di perdere il lavoro; un’economia che onori la dignità del lavoro.

 

I fondamenti con cui noi solitamente misuriamo la forza dell’economia sono dati dal chiederci se stiamo vivendo all’altezza di quella fondamentale promessa che il nostro grande paese ha fatto, una promessa che è l’unica ragione per cui io sono qui questa sera.

 

Perché nei volti di quei giovani veterani che tornano dall’Iraq e Afghanistan, io vedo quello di mio nonno, che si arruolò dopo Pearl Harbor, marciò nell’esercito di Patton e fu ricompensato da una riconoscente nazione con la possibilità di andare al college sul GI Bill.

 

Nel viso di quel giovane studente che dorme solo tre ore al giorno prima di andare a lavorare di notte, io penso a mia madre, che ha cresciuto me e mia sorella da sola mentre lavorava e si dava da fare per conseguire la laurea; che una volta dovette andare a chiedere i buoni pasto ma ch fu ancora in grado di mandarci nelle migliori scuole del nostro paese con l’aiuto del prestito degli studenti e  con l’ausilio della borsa di studio.

 

Quando ascolto un altro lavoratore dirmi che la sua fabbrica ha chiuso, io ricordo tutti quegli uomini e donne del lato Sud di Chicago che per vent’anni rimasero saldi e lottarono dopo la chiusura dell’acciaieria locale.

 

Quando sento una donna parlare delle difficoltà di iniziare un nuovo mestiere, io penso a mia nonna, che ha lavorato duramente ed è passata dal ruolo di segretaria a dirigente intermedio, nonostante non avesse ottenuto una promozione per anni perché era una donna.

Lei è una di quelle persone che mi ha insegnato l’importanza del duro lavoro. E’ una donna che rinviò l’acquisto di una macchina e di un nuovo vestito per sé, cosi che  io potessi avere una vita migliore. Lei mi ha inculcato ogni cosa, mi ha insegnato tutto. E sebbene non sia in grado di viaggiare, so che mi sta guardano questa sera, e questa sera è anche la sua sera.

 

Non so che tipo di vite McCain pensa che le celebrità abbiano vissuto, ma questa è stata la mia.

Questi sono i miei eroi. Loro sono le storie che mi hanno plasmato. Ed è per conto loro che io intendo vincere queste elezioni e tenere viva la nostra promessa come presidente degli Stati Uniti d’America.

 

Quale promessa?

 

E’ la promessa che dice che ciascuno di noi ha la libertà di fare della propria vita quello che desidera, ma che abbiamo anche l’obbligo di trattarci l’un l’altro con dignità e rispetto.

 

E’ la promessa che dice che  il mercato dovrebbe ricompensare l’iniziativa e l’innovazione e generare crescita,  che l’imprese dovrebbero essere all’altezza delle propria responsabilità di creare nuovi lavori, che è attenta ai lavoratori americani, che gioca secondo le regole della strada.

 

La nostra è una promessa che dice che il governo non può risolvere tutti i nostri problemi ma quello che dovrebbe fare è quello che noi non possiamo fare da soli: proteggerci  dalla sofferenza e provvedere ai nostri figli una educazione decente; tenere pulita la nostra acqua e sicuri i giochi dei nostri bambini; investire in nuove scuole, nuove strade, tecnologia e scienza.

 

Il nostro governo dovrebbe lavorare per noi e non contro di noi. Dovrebbe aiutarci, non farci del male. Dovrebbe garantire le opportunità non soltanto a quelli che hanno più soldi e sono maggiormente influenti, ma per ogni americano che ha voglia di lavorare.

 

Questa è la promessa dell’America: l’idea che noi siamo responsabili di noi stessi, ma che anche cresciamo e cadiamo come un’unica nazione; la fondamentale credenza che io sono di aiuto a mio fratello e  mia sorella, concittadini di un medesimo paese.

 

Questa è la promessa che noi dobbiamo mantenere. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno adesso. Lasciate che vi dica esattamente che cosa significherebbe il cambiamento se io fossi presidente.

 

Cambiamento significa un codice delle tasse che non ricompensa i lobbisti che l’hanno scritto, ma i lavoratori americani e le piccole imprese che lo meritano.

 

A differenza di John McCain, io smetterò di concedere tagli delle tasse alle aziende che portano il lavoro oltreoceano e inizierò a darli alle compagnie che creano lavori qui in America.

 

Io eliminerò le tasse sui capital gains per le piccole imprese e gli start-up che creeranno dei salari alti, e lavori all’avanguardia per il domani.

 

Io taglierò le tasse per il 95% delle famiglie lavoratrici. Perché in un’economia come questa, l’ultimo cosa che dovremmo fare è alzare le tasse per la classe media.

 

E per amore della nostra nazione, della nostra sicurezza, e del futuro del nostro pianeta, io porterò a termine un chiaro obiettivo: in dieci anni, noi finalmente metteremo fine alla nostra dipendenza dal petrolio mediorientale.

 

Washington sta parlando della nostra dipendenza dal petrolio da trenta anni e JohnMcCain è stato là per ventisei di quei trent’anni. In quel tempo, lui ha detto di no ad innalzare gli standards  di efficienza del rifornimento per le nostre macchine, ha detto di no agli investimenti in energia rinnovabile, no al combustibile rinnovabile. E Oggi noi importiamo il triplo del petrolio come il giorno in cui il senatore McCain si insediò a Washington.

 

Come presidente, io sfrutterò le nostre riserve naturali di gas, investirò in energia pulita e troverò un modo per sfruttare in maniera sicura la nostra energia nucleare. Io aiuterò le nostre compagnie che costruiscono auto affinchè le macchine con combustibile ad alto rendimento siano costruite qui in America. Io renderò più semplice per gli americani permettersi queste automobili. Io investirò cento cinquanta miliardi di dollari, per i prossimi dieci anni,  nelle fonti di energia rinnovabili: energia solare e eolica; un investimento che porterà a nuove industrie e a cinque milioni di nuovi posti di lavoro.

 

America, adesso è il tempo per i piccoli progetti.

 

Adesso è finalmente il tempo di sentirci in obbligo di provvedere ad ogni bambino un’educazione, perché è fondamentale per competere in un’economia mondiale.

Michelle ed io siamo qui sta sera solo perché ci è stata data la possibilità di un’istruzione.

Io non accetterò un’ America dove alcuni bambini non hanno quella possibilità. Io investirò fin da subito per l’istruzione dei bambini. Io recluterò un esercito di nuovi insegnanti, li pagherò di più e li darò maggior supporto. E in cambio, io chiederò degli standard più alti e più responsabilità. E noi manterremo la nostra promessa per ogni giovane americano- se ti impegni a servire la nostra comunità o il nostro paese, noi ti assicureremo di avere la possibilità di un’istruzione al college.

 

Adesso è finalmente il tempo per mantenere la promessa di una assistenza sanitaria accessibile per ogni singolo americano. Se voi avete un’assistenza sanitaria, il mio progetto ridurrà le vostre spese. Se voi non l’avete, sarete in grado di ricevere lo stesso tipo di copertura che i membri del congresso hanno per se stessi. E come qualcuno che vedeva mia madre scontrarsi con le compagnie assicuratrici mentre giaceva nel letto malata di cancro, io sicuramente farò si che quelle compagnie smettano di discriminare coloro che sono malati e hanno bisogno di maggior cura.

 

Adesso è il tempo di aiutare le famiglie con giorni di malattia pagati e con migliori permessi per stare con la propria famiglia, perché nessuno in America dovrebbe essere messo nelle condizioni di scegliere tra tenere il proprio lavoro e di avere cura del loro bambino o parente malato.

 

Adesso è il tempo di cambiare le nostre leggi fallimentari, cosi che le vostre pensioni siano protette con premi del CEO; è il tempo di tutelare la previdenza sociale per le generazioni future.

 

E’ adesso il tempo di mantenere la promessa di un’eguale paga per un egual numero di giorni di lavoro, perché io voglio che i miei figli abbiano le stesse opportunità dei vostri figli.

 

Adesso molti di questi progetti costeranno tanto, il che è perché ho spiegato come pagherò per ogni dime(moneta del valore di 10 centesimi) facendo chiudere tutte quelle società di copertura e paradisi fiscali che non aiutano l’America  a crescere. Ma io controllerò anche il budget federale, riga dopo riga, eliminando i programmi che non funzionano più e facendone altri che funzionano meglio e costano di meno, perché noi non possiamo far conciliare le sfide del ventunesimo secolo con una burocrazia ferma al ventesimo secolo.

 

Democratici, noi dobbiamo ammettere che per realizzare la promessa americana ci vorrà qualcosa di più del denaro. Ci vorrà un nuovo senso di responsabilità in noi per recuperare quello che John F. Kennedy ha chiamato la nostra” forza intellettuale e morale”. Si, il governo deve giungere ad un’indipendenza energetica, ma ciascuno deve fare la sua parte per rendere le nostre case e le nostre imprese più efficienti.

Noi dobbiamo provvedere strumenti più efficienti per aiutare i giovani che finiscono nel crimine e cadono nella disperazione. Ma dobbiamo anche ammettere che i programmi da soli non possono sostituire le famiglie; che il governo non può spegnere il televisore  e aiutare i figli a fare i compiti a casa; che i padri devono assumersi maggiori responsabilità per provvedere amore e guida ai loro figli.

 

La responsabilità individuale e la mutua responsabilità; questa è l’essenza della promessa americana.

 

E così come manteniamo la nostra promessa per le prossime generazioni qui a casa nostra, così dobbiamo mantenerla anche all’estero. Se John McCain vuole avere un dibattito su chi ha temperamento e giudizio per servire come comandante in capo, sono pronto ad affrontarlo.

 

Perché mentre il senatore McCain  volgeva il suo sguardo verso l’Iraq solo pochi giorni dopo l’attentato dell’11 settembre, io ero fermo e mi opponevo alla guerra, sapendo che ci distraeva dalla reale minaccia che affrontiamo. Quando John McCain disse che noi potevamo “cavarcela” in Afghanistan, io dibattevo per più risorse e truppe per terminare  la lotta contro i terroristi che ci attaccarono il 09/11, e resi chiaro che possiamo scovare Bin Laden e i suoi tenenti se teniamo gli occhi fissi su di loro. A John McCain piace dire che seguirà Bin Laden fino alle porte dell’inferno, ma in realtà non andrà neanche nella caverna dove egli vive.

 

E oggi, mentre la mia richiesta di rimuovere le nostre truppe dall’Iraq è riecheggiata sia nel governo iracheno che nell’amministrazione Bush, perfino dopo che noi abbiamo capito che  il costo della guerra in Iraq ha un surplus di settanta nove miliardi di dollari mentre noi stiamo cadendo nel deficit, John McCain rimane saldo nel suo ostinato rifiuto di porre termine ad una sconsiderata guerra.

 

Questo non è il giudizio di cui abbiamo bisogno. Questo non terrà l’America sicura. Noi abbiamo bisogno di un presidente che possa affrontare le minacce del futuro, non che rimanga attaccato alle idee del passato.

 

Non si distrugge una rete di terroristi che opera in ottanta paesi occupando l’Iraq. Non si protegge Israele né si dissuade L’Iran soltanto parlando con toni duri da Washington. Non puoi rimanere stabile con  la Georgia quando hai messo a dura prova le vecchie alleanze. Se John McCain vuole seguire la linea di George Bush dei “ discorsi duri” e delle strategie inefficienti, quella è la sua scelta, ma non è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.

 

Noi siamo il partito di Roosvelt. Noi siamo il partito di Kennedy. Così non ditemi che i democratici non difenderanno il nostro paese. Non ditemi che i democratici non ci terranno al sicuro. La politica estera di Bush-McCain ha sperperato l’eredità che generazioni di americani- democratici e repubblicani- hanno costruito, e noi siamo qui per ristorare quell’eredità.

 

Come comandante in capo, io non esiterò mai a difendere la nostra nazione, ma io manderò le nostre truppe verso una strada difficoltosa con una chiara missione e un sacro impegno a darli l’equipaggiamento di cui hanno bisogno in battaglia e le cure e i benefici che meritano quando tornano a casa.

 

Io porrò fine a questa guerra in Iraq in maniera responsabile, e terminerò la lotta contro al Quaeda e i Talebani in Afghanistan. Io ricostruirò il nostro esercito per affrontare i conflitti futuri. Io rinnoverò la dura, diretta diplomazia per prevenire l’ottenimento di armi nucleari da parte dell’Iran e porrò un freno all’aggressione Russa. Io costruirò nuove alleanze per sconfiggere le minacce del 21 secolo: terrorismo e proliferazione nucleare; povertà e genocidio; cambiamento climatico e malattia. Io ristorerò il nostro senso morale, così che l’America sia ancora una volta l’ultima, la migliore speranza per tutti coloro che sono chiamati a sostenere la causa della libertà, per coloro che desiderano vivere in pace e  per coloro che bramano  un futuro migliore.

 

Queste sono le politiche che io perseguirò. E nelle prossime settimane non vedo l’ora di dibattere questi temi con John McCain.

 

Ma quello che non farò è di suggerire che il Senatore assume  le sue posizioni per propositi politici. Perché una cosa che dobbiamo cambiare nella nostra politica è l’idea che la gente non possa essere in disaccordo senza mettere in dubbio la propria indole e il proprio patriottismo.

 

I tempi sono troppo seri, le scommesse sono troppe alte per lo stesso playbook partigiano. Così lasciate che siamo d’accordo sul fatto che il patriottismo non ha partito. Io amo questo paese, anche voi lo amate e anche John McCain. Gli uomini e le donne che servono il nostro paese nei campi da battaglia possono essere Democratici, Repubblicani e Indipendenti, ma hanno combattuto insieme e alcuni sono morti insieme sotto la stessa bandiera. Loro non hanno servito un’America Rossa o un’America Blu; loro hanno servito gli Stati Uniti d’America.

 

Cos’ io ho delle notizie per te, John McCain. Noi mettiamo il nostro paese al primo posto.

 

America, il nostro lavoro non sarà facile. Le sfide che affrontiamo richiedono scelte difficili, e i Democratici come pure i repubblicani avranno bisogno di liberarsi dalle ormai superate idee e politiche  del passato. Perché parte di quello che si è perso in questi otto anni può essere soltanto misurato dai bassi salari o dai più grandi deficit commerciali. Quello che abbiamo perso è il nostro senso di uno scopo comune, il nostro senso di un proposito più elevato. E quello è ciò che dobbiamo ristorare.

 

Noi possiamo non essere d’accordo con l’aborto, ma sicuramente possiamo essere d’accordo con il ridurre, nel nostro paese, il numero delle gravidanze indesiderate. La realtà del possesso di un’arma può essere differente per i cacciatori in Ohio rispetto a quelli che sono afflitti dalla violenza delle gang in Cleveland, ma non ditemi che noi non possiamo far rispettare il secondo emendamento tenendo lontano  l’AK-47 dalle mani dei criminali. Io so che ci sono differenze nei matrimoni omosessuali, ma sicuramente possiamo essere d’accordo che i nostri fratelli gay e le nostre sorelle lesbiche meritano di potere visitare la persona che amano negli ospedali e vivere le loro vite liberi da ogni forma di discriminazione. Io non conosco nessuno che riceve dei benefici quando una madre è separata dal proprio figlio o quando un datore di lavoro offre stipendi minori assumendo lavoratori illegali. Anche questo è parte della promessa americana: la promessa di una democrazia dove possiamo trovare la forza per abbattere le divisioni e unirci in un comune impegno.

 

Io so che ci sono quelli che respingono queste convinzioni come “discorsi felici”. Loro dichiarano che la nostra insistenza su qualcosa di più grande, su qualcosa di più stabile e più onesto nella nostra vita pubblica è solo un cavallo di troia per aumentare le tasse e abbandonare i valori tradizionali. Ed è questo che ci si aspetta. Perché se tu non hai delle nuove idee, poi usi vecchie tattiche per spaventare i votanti. Se tu non hai un documento, delle prove su cui basarti, poi dipingi il tuo avversario come qualcuno da cui la gente dovrebbe scappare.

 

Io capisco. So di non essere il candidato più adatto per questo ruolo. Io non indosso il tipico pedigree, e non ho speso la mia carriera nelle sale di Washington.

 

Ma io sono qui davanti a voi questa sera perché in tutta l’America qualcosa si sta muovendo. Quello che non capiscono i miei avversari è che questa elezione non ha mai riguardato me. Ha riguardato voi.

 

Per otto mesi siete stati saldi  e uno per uno avete detto “adesso basta” alle politiche del passato.

Voi capite che in questa elezione, il più grande rischio che noi possiamo correre è provare le stesse vecchie politiche con gli stessi vecchi protagonisti e aspettarci un risultato differente. Voi avete mostrato cosa la storia ci insegna: che in momenti come questi, il cambiamento di cui abbiamo bisogno non proviene da Washington. Il cambiamento è per Washington. Il cambiamento avviene perché il popolo americano lo richiede, perché è cresciuto e insiste su nuove idee, una nuova leadership e una nuova politica per una nuova epoca.

 

America questo è uno di quei momenti.

 

Io credo che anche se sarà dura, il cambiamento di cui abbiamo bisogno sta arrivando. Perché noi l’abbiamo visto. Perché l’abbiamo vissuto. L’abbiamo visto in Illinois, quando abbiamo provveduto a più bambini l’assistenza sanitaria e abbiamo spostato più famiglie dalla disoccupazione al lavoro.

L’abbiamo visto in Washington, quando abbiamo lavorato tra le linee di partito per una maggior apertura di governo e  per rendere i lobbisti più responsabili, per offrire una migliore cura ai nostri veterani e  per tenere le armi nucleari lontano dalle mani dei terroristi.

 

E l’ho visto in questa campagna. Nei giovani che hanno votato per la prima volta e in quelli che hanno deciso di votare ancora dopo tanto tempo. Nei Repubblicani che non pensarono che loro avrebbero fatto salire il voto democratico, ma l’hanno fatto. L’ho visto nei lavoratoti che preferirebbero ridurre il loro orario di lavoro giornaliero che vedere i loro amici perdere il lavoro, nei soldati che si riarruolano dopo aver perso un arto, nei bravi vicini che accolgono uno sconosciuto quando un uragano colpisce o le acque dell’inondazione salgono di livello.

 

Questo  nostro paese ha più ricchezza di ogni altro paese, ma questo non è ciò che ci rende ricchi. Noi la più potente forza militare sulla terra, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura sono invidiate nel mondo, ma non è questo che porta il mondo verso le nostre coste.

 

Invece, è quello spirito americano- quella promessa americana- che ci spinge avanti perfino quando il cammino è incerto; che ci lega insieme nonostante le nostre differenze; che ci fa fissare gli occhi non su ciò che si vede, ma su ciò che non si vede, quel posto migliore che è dietro la curva.

 

Quella promessa è la nostra più grande eredità. E’ una promessa che faccio alle mie figlie quando le rimbocco le coperte la notte e una promessa che faccio a voi. Una promessa che ha portato gli immigrati ad attraversare gli oceani e i pionieri a viaggiare ad occidente; una promessa che ha portato i lavoratori a formare codoni di scioperanti e ha portato le donne ad ottenere il voto.

 

Ed è quella promessa che 45 anni fa ha portato gli americani provenienti da ogni angolo del nostro paese a stare insieme nella Mall di Washington, davanti al Lincon’s Memorial ad ascoltare un giovane predicatore dalla Georgia che parlava del suo sogno.

 

Gli uomini e le donne che si riunirono avrebbero potuto sentire molte cose. Avrebbero potuto ascoltare parole di rabbia e discordia. Avrebbero potuto sentirsi dire di soccombere alla paura e alla frustrazione di cosi tanti sogni rimandati.

 

Ma quello che invece le persone ascoltarono -persone di ogni credo e colore, di storie di vita differenti- è che in America il nostro destino è inestricabilmente collegato. Che insieme, i nostri sogni possono essere uno.

 

“Noi non possiamo camminare da soli” gridò il predicatore. “E quando camminiamo, noi dobbiamo prendere l’impegno che marceremo sempre avanti. Non possiamo tornare indietro.”

 

America, noi non possiamo tornare indietro. Non con così tanto lavoro da fare. Non con così tanti bambini da educare, e tanti veterani da assistere. Non con un’economia da saldare, città da ricostruire e fattorie da salvare. Non con cosi tante famiglie da proteggere e cosi tante vite da riparare. America, non possiamo tornare indietro. Non possiamo camminare da soli. In questo momento, in questa elezione, noi dobbiamo garantire ancora una volta di marciare verso il futuro. Teniamoci quella promessa- quella promessa americana- e rimaniamo ancorati fermamente alle parole della Scrittura, alla speranza che confessiamo.

 

Grazie, Dio vi benedica e benedica gli Stati Uniti d’America.”

 

 

 By Gianluca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Diritti Umani e Corea del Nord: La strage degli innocenti

settembre 3, 2008

Ciao a tutti! vi inoltro un articolo che illustra un ulteriore esempio della drammatica situazione in materia di diritti umani in Corea  Del Nord che, ormai da troppi anni, viene sottovalutata e affrontata in maniera superficiale dai governi occidentali.

l’articolo è di Claudio Tecchio e la fonte è www.icn-news.com/live

“Anche il World Food Program delle Nazioni Unite ha finalmente lanciato il grido di dolore :
Centinaia di migliaia di sudditi della Corea del Nord rischiano di morire di fame nelle prossime settimane!
La Corea del Nord è infatti alle prese con una crisi alimentare tra le peggiori della sua storia recente , forse ancora peggiore di quella che negli anni ’90 provocò la morte di oltre un milione di persone.
Il regime , dopo aver distrutto l’economia tradizionale ,ha cercato inutilmente di garantire l’autosufficienza imponendo politiche fallimentari che hanno solo aumentato la dipendenza dalle costose importazioni e dalla “solidarietà” dei “paesi amici”.
Sempre secondo il World Food Program delle Nazioni Unite corea del nord_fame ormai oltre sei milioni di coreani ,più di un quarto della popolazione, dipendono dagli aiuti internazionali per la loro sopravvivenza.
E ad ogni , pur modesta, riduzione del volume degli aiuti corrisponde un riacutizzarsi della crisi alimentare.
La situazione è quindi precipitata quando nei mesi scorsi la Cina ,alle prese con crescenti difficoltà di approvvigionamento ed una inflazione galoppante, ha deciso di ridurre le vendite a “prezzo politico” nel protettorato coreano.
Inoltre molti donatori da quando hanno scoperto che gli aiuti finivano nei magazzini di uno dei più grandi eserciti del mondo hanno deciso di ridurre le spedizioni.
Parlare di catastrofe umanitaria è riduttivo. Il paese è letteralmente imploso.
In alcuni villaggi si sono già verificati i primi casi di cannibalismo.
Controllo poliziesco e delazione di massa,intimidazioni e arresti , tortura a lavori forzati hanno ridotto al silenzio una già flebile opposizione. Senza più speranze i coreani fuggono l’apocalisse. Ma i confini sono stati sigillati, e non c’è più nessuna possibilità di trovare rifugio nei paesi confinanti.
Chi ha trovato rifugio (sic!) in Cina viene quindi arrestato e ricondotto in Corea, dove ad attenderlo ci sono o la fucilazione o il campo di lavoro a vita.
Un’intera generazione rischia così di morire di fame e di stenti. Le poche, squallide scuole vengono disertate perché i genitori costringono i figli ad andare alla disperata ricerca di qualche erba da cuocere, di radici da cucinare.
Nemmeno nei grandi centri urbani l’infanzia è al riparo da vessazioni e rinunce.
Nella capitale per un pugno di riso migliaia di bambini, ogni giorno, sono costretti ad estenuanti esercitazioni per prepararsi a celebrare gli anniversari del despota , per festeggiare una qualche “conquista” delle sue feroci “avanguardie del proletariato”.
E la lista degli orrori potrebbe continuare:lavoratori ridotti in schiavitù , religiosi umiliati e offesi. Nessuno però osa denunciare quanto accade a milioni di uomini e donne che hanno la sola colpa di essere nati in un “paradiso comunista”, nessun uomo politico italiano ha mai avuto il coraggio di stigmatizzare lo sterminio di un intero popolo.
L’O.N.U, l’Unione Europea, gli Stati Uniti ed i suoi alleati, strenui difensori del diritto internazionale, fautori dell’ingerenza umanitaria, paladini dei diritti umani, tacciono.
Tutti fingono di non sapere cosa accade in questo girone infernale. E questo perché la Corea del Nord era e rimane un protettorato cinese e, nell’attesa che i dirigenti di Pechino decidano con calma le sorti del paese e della sua classe dirigente, un intero popolo muore di fame!
Semplice e tragico.”

by Gianluca


62 anni di Repubblica Italiana

giugno 1, 2008

Roma anima nera

maggio 28, 2008

Tre episodi emergono dall’anima di Roma.

i 2 giovani uccisi sullo scooter dalla violenza di un ultra laziale che guidava a folle velocita’ e senza patente,

il raid di Domenica contro i negozi degli immigrati al Pigneto

la squadraccia fascista alla Sapienza di ieri con coltelli.

Aggressioni e violenza,fascismo di fatto e di nome.e non pensiamo che qui a Milano di essere immuni e’ solo questione di tempo,3 o 4anni e sara’ lo stesso anche qui,basta guardare i voti che ha preso la Destra alla Camera a Milano il 50%in piu’ che al Senato,ovvero almeno 1terzo degli elettori della Destra ha meno di 25anni.Questo significa che tra poco avranno di nuovo la base,una base pronta ad agire che ben manovrata da trentenni che si son costruti altari e troni con le gesta negli stadi,lo spaccio di droga,il riconoscimento della criminalita’ organizzata(a Milano Ndrangheta) e la connivenza con cui  questi trentenni sanno anche garantire pure il lavoro tramite cooperative come per esempio l’inchiesta della magistratura ha svelato all’ortomercato.Quindi non stupiamoci se avverra’ l’anno prossimo o tra 6 mesi.La politica la passione politica potra’ essere il valido surrogato per il carovita e la crisi dei mutui che ci aspetta.Troveranno 20-25enni pronti a menare le mani a bruciare a spaccare.E troveranno anche i giusti referenti politici benevoli se pensiamo che Fidanza An pare sia stato fotografato alla testa del corteo che tento’ di assaltare il commissariato di Via Novara.E allora che fare?

Mettiamo Azione Giovani sotto la lente di ingrandimento non lasciamo correre nulla e’ li’ la scuola,l’intellighenzia che trovera’ poi Braccia e Coraggio a Quarto,alla Barona e  a Baggio.

Mettiamo poi nel mirino la violenza che dilaga,e iniziamo non piu’ a parlare di sicurezza e immigrazione ma di Violenza che e’ il nome appropriato.


Vedi Napoli e poi muori

maggio 15, 2008

Orrore a Napoli,chissa’ il signore coi baffi in questo video sa che il sogno oscuro delle genti del nord e’ fare lo stesso con Napoli citta’..prima i Rom e poi i Terroni che non fanno la differenziata,il sogno oscuro dei Vicini di Erba,il sogno oscuro di questi esultanti davanti al fuoco e all’inferno.Questo filmato mette amarezza.mette malavoglia mette disamore.Inchioda la coscienza a riflettere,obbliga la politica non piu’ ad auspicare ma a fare.

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09-05-2008 – Intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del “Giorno della memoria” dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice

maggio 10, 2008

DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
IN OCCASIONE DEL
“GIORNO DELLA MEMORIA DEDICATO
ALLE VITTIME DEL TERRORISMO E DELLE STRAGI DI TALE MATRICE”

Palazzo del Quirinale, 9 maggio 2008

Questo è il giorno del ricordo e del pubblico riconoscimento che l’Italia da tempo doveva alle vittime del terrorismo. E’ il giorno del sostegno morale e della vicinanza umana che l’Italia sempre deve alle loro famiglie. Ed è il giorno della riflessione su quel che il nostro paese ha vissuto in anni tra i più angosciosi della sua storia e che non vuole mai più, in alcun modo, rivivere.
Parlo del terrorismo serpeggiante in Italia a partire dalla fine degli anni ’60, e infine esploso come estrema degenerazione della violenza politica ; parlo delle stragi di quella matrice e della lunga trama degli attentati, degli assassinii, dei ferimenti che insanguinarono le nostre città. L’obbiettivo che i gruppi terroristici così perseguivano era quello della destabilizzazione e del rovesciamento dell’ordine costituzionale. Dedichiamo l’incontro di oggi in Quirinale alle vittime di quell’attacco armato alla Repubblica, che seminò ferocemente lutto e dolore.
Sappiamo che nell’istituire, un anno fa, questo “Giorno della memoria” il Parlamento ha raccolto diverse proposte, comprese quelle rivolte a onorare gli italiani, militari e civili, caduti in anni recenti nel contesto delle missioni in cui il nostro paese è impegnato a sostegno della pace e contro il terrorismo internazionale, nemico insidioso capace di colpire anche a casa nostra. Alla loro memoria rinnovo l’omaggio riconoscente delle istituzioni repubblicane e della nazione. Sono certo che anche al loro sacrificio si rivolgerà pubblico omaggio nelle manifestazioni e negli incontri cui darà luogo ovunque la celebrazione del “Giorno della memoria”.
E colgo l’occasione per ricordare anche le vittime causate da fatti di diversa natura, dal disastro di Ustica all’intrigo delittuoso della Uno Bianca, ai caduti nell’adempimento del loro dovere e ai semplici cittadini, uomini e donne, che hanno perso la vita in torbide circostanze, su cui non sempre si è riusciti a fare pienamente chiarezza e giustizia. Più in generale, mi inchino a tutti i caduti per la Patria, per la libertà e per la legalità democratica, e dunque – come dimenticarle ! – alle tante vittime della mafia e della criminalità organizzata.
Ma sottolineo nuovamente la specificità delle vicende del terrorismo italiano, e l’esigenza di colmare vuoti e carenze nell’iniziativa dello Stato democratico, nell’impegno della comunità nazionale, che esigeva ed esige il ricordo di quelle vicende e delle loro vittime.
I momenti di solenne riconoscimento non sono mancati : come con il conferimento di medaglie d’oro, da parte del Presidente Ciampi, alla memoria di alcune figure rappresentative del sacrificio di molti negli “anni di piombo”. Ma era a lungo mancato un riconoscimento collettivo e proiettato nel futuro come quello deciso dal Parlamento con la legge istitutiva del “Giorno della memoria”.
E con la pubblicazione che oggi vede la luce abbiamo cercato di abbracciare in un comune ricordo ed omaggio – salvo possibili, involontarie omissioni o imprecisioni, di cui ci scusiamo – tutte le vittime della violenza politica armata, del terrorismo organizzato e rivolto a fini eversivi. Non si possono sfogliare quelle pagine senza provare profonda commozione e profondo sgomento. Abbiamo cercato di restituire, di consegnare alla memoria degli italiani, l’immagine – i volti, i percorsi di vita e di morte – di tutte le vittime.
I percorsi di vita, innanzitutto : perché non è accettabile che quegli uomini siano ricordati solo come vittime, e non come persone, che hanno vissuto, hanno avuto i loro affetti, il loro lavoro, il loro posto nella società, prima di cadere per mano criminale. Le ricordiamo tutte, come vittime e come persone, dalle più note ed illustri alle più modeste, facilmente rimaste più in ombra. Tutte, qualunque fosse la loro collocazione politica e qualunque fosse l’ispirazione politica di chi aggrediva e colpiva.
Vorrei che voi, mogli, figli, genitori, famigliari dei caduti, sentiste anche questa nostra particolare iniziativa come gesto di riparazione e di partecipe vicinanza per quello che avete sofferto, per il dolore di perdite irreparabili e poi per il dolore di una solitudine, di una disattenzione, che vi ha fatto temere di essere come dimenticati insieme con i vostri cari. Non può essere, non deve essere così. E’ l’impegno che oggi prendiamo.
La scelta della data per il “Giorno della memoria” è caduta per validi motivi sull’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro. Perché se nel periodo da noi complessivamente considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato, dall’altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria, non c’è dubbio che dominanti siano ben presto diventate queste ultime, col dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse. E il bersaglio più alto e significativo che esso abbia raggiunto è stato il Presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato, tenuto prigioniero per quasi due mesi e infine con decisione spietata ucciso.
Fu, in quel 16 marzo 1978, centrato dalle Brigate Rosse un obbiettivo forse impensabile, per il grado di organizzazione e il livello di audacia che comportava, ma non imprevedibile, dato il ruolo evidente e incontestabile di Moro nella vita politica nazionale, nella fase critica e cruciale che essa stava attraversando. Non si scelse un obbiettivo simbolico ; si decise di colpire il perno principale del sistema politico e istituzionale su cui poggiava la democrazia repubblicana.
Imprevedibili erano stati, e sarebbero stati ancora dopo, molti altri bersagli colpiti dalle Brigate Rosse con cieco furore ideologico : studiosi, magistrati, avvocati, giornalisti, amministratori locali, dirigenti d’azienda, commercianti, rappresentanti dei lavoratori, militari, uomini delle forze dell’ordine, e altri ancora, in una successione casuale e non facilmente immaginabile. Una successione perciò incalzante e angosciosa, che mirava a dare il senso dell’impotenza dello Stato, del vacillare delle istituzioni e della convivenza civile.
In Moro i terroristi individuarono il nemico più consapevole, che aveva più di chiunque colto – nel ’68 – quel che si muoveva e premeva nella società, la crisi dei vecchi equilibri politici, il travaglio e la domanda di rinnovamento delle nuove generazioni, e quindi – nel maggio ’77 – aveva lanciato l’estremo allarme. Ci si trovava, così disse, dinanzi a “manifestazioni di violenza” che avevano “uno sfondo ideologico” e si collocavano “tra la lotta politica e la lotta armata” ; di qui l'”apprensione per il logoramento” cui erano “sottoposte le istituzioni e le stesse grandi correnti ideali che credono nella democrazia”. Egli non dubitava dell'”esito finale” del confronto tra le istituzioni democratiche, tra le forze democratiche e le forze che conducevano “un così grave attacco portato nel cuore dello Stato”, ma era cosciente della durezza della prova, dell'”alto costo” e delle “distorsioni” che poteva comportare.
Per quel che egli rappresentava storicamente – nella lunga vicenda della costruzione democratica e della lotta politica in Italia – e per quel che contava in quel momento come punto di riferimento ai fini di una risposta concorde all’offensiva terroristica e di una sapiente tessitura volta a rinnovare e consolidare la democrazia nel nostro paese, il Presidente della Democrazia Cristiana divenne la vittima designata, da catturare anche a costo dell’efferato sterminio della sua scorta -, dei suoi “compagni di viaggio”,- nell’agguato di via Fani, e fu quindi a lungo ristretto in una condizione fisica disumana, e sottoposto a una tremenda violenza psicologica.
Si sono di recente pubblicate attente ricostruzioni di quei fatti e analisi penetranti degli svolgimenti di una così inaudita e sconvolgente vicenda, dei comportamenti di tutti coloro che ne furono i diversi attori. Ma non è in questa sede e non è da parte mia che si possono esprimere giudizi conclusivi. Si può solo invitare – trent’anni dopo – alla riflessione profonda e dolorosa, alla ricerca non ancora conclusa, che anche questi nuovi contributi di osservatori e studiosi sollecitano ; possiamo solo inchinarci con rispetto e commozione dinanzi alla tragedia vissuta trent’anni orsono da un grande protagonista della storia democratica dell’Italia repubblicana, dinanzi allo sforzo intellettuale e politico da lui dispiegato in uno stato di cattività esposto a continue pressioni e manipolazioni. Possiamo solo inchinarci dinanzi al suo tormento umanissimo, consegnato a lettere di straordinaria intensità per carica affettiva e morale.
Fu tragedia non solo di un uomo, ma di un paese, di questa Italia che un grande maestro, Norberto Bobbio, volle ricordarci, dinanzi a simili eventi, essere, appunto, “un paese tragico”.
Ci sarà ugualmente da riflettere ancora e a fondo -anche se molto si è lavorato, anche di recente, su questi temi – sulla genesi e sulla fisionomia dei fenomeni di stragismo e terrorismo politico di cui è stata teatro l’Italia : su come siano nati e via via cresciuti, su quali ne siano state le radici, i punti di forza, le ideologie e strategie di supporto. E c’è da augurarsi che si riesca ancora a indagare, anche in sede giudiziaria, su singoli fatti di devastante portata : che si riesca ad accertare pienamente la verità, come chiedono le Associazioni delle famiglie delle vittime.
Quel che più conta, tuttavia, è scongiurare ogni rischio di rimozione di una così sconvolgente esperienza vissuta dal paese, per poter prevenire ogni pericolo di riproduzione di quei fenomeni che sono tanto costati alla democrazia e agli italiani. In effetti abbiamo visto negli ultimi anni il riaffiorare del terrorismo, attraverso la stessa sigla delle Brigate Rosse, nella stessa aberrante logica, su scala, è vero, ben più ridotta ma pur sempre a prezzo di nuovi lutti e di nuove tensioni. Si hanno ancora segni di reviviscenza del più datato e rozzo ideologismo comunista, per quanto negli scorsi decenni quel disegno rivoluzionario sia naufragato insieme con la sconfitta del terrorismo, mostrando tutto il suo delirante velleitarismo, la sua incapacità di esprimere un’alternativa allo Stato democratico. E se vediamo nel contempo – come li stiamo vedendo – segni di reviviscenza addirittura di un ideologismo e simbolismo neo-nazista, dobbiamo saper cogliere il dato che accomuna fenomeni pur diversi ed opposti : il dato della intolleranza e della violenza politica, dell’esercizio arbitrario della forza, del ricorso all’azione criminale per colpire il nemico e non meno brutalmente il diverso, per sfidare lo Stato democratico. Occorre opporre a questo pericoloso fermentare di rigurgiti terroristici la cultura della convivenza pacifica, della tolleranza politica, culturale, religiosa, delle regole democratiche, dei principi, dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione repubblicana. E occorre ribadire e rafforzare, senza ambiguità, un limite assoluto, da non oltrepassare qualunque motivazione si possa invocare : il limite del rispetto della legalità, non essendo tollerabile che anche muovendo da iniziative di libero dissenso e contestazione si varchi il confine che le separa da un illegalismo sistematico e aggressivo.
Lo Stato repubblicano non può abbassare la guardia, dopo aver fatto fronte allo stragismo e aver sconfitto il terrorismo dilagante degli scorsi decenni. Lo ha sconfitto dopo aver subíto colpi molto duri – più di qualsiasi altro il sequestro di Aldo Moro, lo sterminio della sua scorta e infine la sua feroce soppressione ; lo ha sconfitto restando sul terreno della democrazia e dello Stato di diritto, e senza concedere alle Brigate Rosse il riconoscimento politico di controparte in guerra che esse pretendevano.
Bisogna rendere omaggio a quanti si sono battuti con tenacia fino a cogliere successi decisivi : a quanti vi hanno contribuito nel campo delle forze politiche – in seno al governo e in Parlamento – nel mondo sociale e culturale, e con coraggio, in prima linea, anche a rischio della vita, nella magistratura e nelle forze dell’ordine.
La prova è stata ardua, terribilmente dolorosa, e non può considerarsi del tutto conclusa, o conclusa una volta per tutte. Di qui l’appello alla vigilanza e alla severità.
Per nessuno la prova è stata così dura come per i famigliari delle vittime. E la prova più alta – lo ha detto con parole bellissime nel suo libro Mario Calabresi – è stata quella di far crescere i figli liberi dal rancore e dall’odio, di “scommettere tutto sull’amore per la vita”, di guardare avanti “nel rispetto della memoria”. Purtroppo questo rispetto è spesso mancato, e proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche.
D’altronde, non pochi tra loro sono rimasti reticenti, anche in sede giudiziaria, e sul piano politico hanno ammesso errori e preso atto della sconfitta del loro disegno, ma non riconoscendo esplicitamente la ingiustificabile natura criminale dell’attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori. Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso : ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni. Mi ha colpito e indignato leggere giorni fa l’intervista di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che ora ha detto di provare “rammarico per i famigliari delle vittime delle BR”, ma aggiungendo di aver dato per scontato che “quando si fanno azioni di un certo tipo” accade di “dare dei dispiaceri ad altri”. No, non dovrebbero esserci tribune per simili figuri.
Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali.
Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l’ha subita, a chi ne ha avuto la vita spezzata, ai famigliari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati. Si deve dar voce a racconti di verità sugli “anni di piombo”, ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute dalla parte della legge e dello Stato democratico, dalla parte di un’umanità dolorante. E a questa parte, ai famigliari delle vittime, a tutti i colpiti dallo stragismo e dal terrorismo lo Stato deve restare vicino, anche garantendo l’attuazione di leggi come quella del 2004. Solo così, con questo rispetto per la memoria e con questa vicinanza alle persone che hanno sofferto, si potrà rendere davvero omaggio al sacrificio di tanti. E’ qui il significato del 9 maggio “Giorno della memoria” che oggi insieme celebriamo.

http://www.quirinale.it/presidente/video/videoquir/popvideo_2008_05_09.htm

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Ucciso per strada a Verona

maggio 6, 2008

Fini paragona l’omicidio perpretato da 5 neofascisti(perche’ chiamarli naziskin se nessuno di loro lo e’,forse per richiamarci che e’ un fenomeno vecchio gia’ contenuto in passato?quando e’ invece un fenomeno nuovo con la violenza che si credeva confinata negli stadi del mondo Ultras che invece sconfina e uccide nel centro di una ricca citta’ del nord)al rogo delle 3bandiere davanti alla fiera del libro di Torino,dimenticandosi che in un caso ce’ un reato con una vittima e nell’altro un reato simbolico senza vittima:Raggiunta l’ambita poltrona Fini si dimentica delle vittime di cui si’ e’ fatto per anni paladino a parole,si dimentica dellla gente costretta a subire continue violenze dai luoghi di lavoro al traffico e si mette a fare la politica dei massimi sistemi.oh Fini,Fini la liberta’ non la si difende nei salotti.