Barack Obama rilancia l’ideale democratico sulla questione razziale
Marzo 19, 2008
Remarks of Senator Barack Obama: ‘A More Perfect Union’
Philadelphia, PA | March 18, 2008
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Noi popolo degli Stati Uniti, allo scopo di garantire una più perfetta unione…
Duecentoventuno anni fa, in una sala che ancora esiste dall´altro lato della strada, un gruppo di uomini si riunì e con queste semplici parole lanciò l´improbabile esperimento democratico americano.
Il documento che produssero [la Costituzione degli Stati Uniti d´America, ndt] alla fine fu sottoscritto ma restò incompleto. Era macchiato dal peccato originale di questa nazione, lo schiavismo.
Naturalmente, la risposta al problema dello schiavismo era già incastonata nella nostra Costituzione, una Costituzione che ha come base fondamentale l´ideale di diritti di cittadinanza uguali per tutti e basati sulla legge; una Costituzione che prometteva al suo popolo libertà e giustizia, e un´unione che poteva e doveva essere perfezionata con il tempo.
Ma delle parole scritte su una pergamena non sarebbero bastate a liberare gli schiavi dalle loro catene o a garantire a uomini e donne di ogni fede e colore il pieno status, con tutti i diritti e doveri che comporta, di cittadino degli Stati Uniti.
Sarebbero serviti gli americani delle generazioni successive disposti a fare la loro parte, con lotte e proteste, nelle strade e nei tribunali, attraverso una guerra civile e la disobbedienza civile, e sempre correndo grandi rischi, per colmare quel divario tra le promesse dei nostri ideali e la realtà della loro epoca.
Ho scelto di correre per la presidenza in questo momento storico perché sono profondamente convinto che non potremo risolvere le sfide della nostra epoca se non le risolveremo insieme, se non perfezioneremo la nostra unione rendendoci conto che le nostre storie possono essere diverse ma che le nostre speranze sono le stesse; che possiamo avere un aspetto diverso e possiamo venire da posti diversi, ma che tutti vogliamo procedere nella stessa direzione, verso un futuro migliore per i nostri figli e per i nostri nipoti.
Questa convinzione viene dalla mia incrollabile fede nell´onestà e nella generosità del popolo americano. Ma viene anche dalla mia personale storia di americano.
Io sono il figlio di un uomo nero del Kenya e di una donna bianca del Kansas. Sono stato cresciuto con l´aiuto di un nonno bianco sopravvissuto alla Grande Depressione per trovarsi poi a combattere nell´armata del generale Patton durante la seconda guerra mondiale, e di una nonna bianca che lavorò alla catena di montaggio di un bombardiere a Fort Leavenworth mentre mio nonno era sotto le armi.
Io sono andato in una delle migliori scuole d´America e ho vissuto in una delle nazioni più povere del mondo. Io sono sposato con un´americana nera che ha nelle vene il sangue di schiavi e di proprietari di schiavi, un´eredità che abbiamo trasmesso alle nostre due adorate figlie.
Ho fratelli, sorelle, nipoti, zie e cugini di ogni razza e tonalità della pelle, sparsi su tre continenti, e fintanto che vivrò non dimenticherò mai che in nessun altro Paese sulla terra la mia storia sarebbe stata anche solo possibile.
È una storia che non fa di me il più convenzionale tra i candidati. Ma è una storia che ha impresso a fuoco nel mio patrimonio genetico l´idea che una nazione è qualcosa di più della somma delle sue parti, che siamo veramente e pluribus unum ["L´unità dalla pluralità"; è il motto nazionale degli Stati Uniti, ndt].
Nelle ultime due settimane, la questione della razza in questa campagna ha assunto tratti particolarmente laceranti.
Abbiamo sentito dire in sostanza che la mia candidatura è una sorta di esercizio di discriminazione positiva, che è basata unicamente sul desiderio di progressisti ingenui di comprare a buon mercato una riconciliazione razziale.
La razza è un problema che questa nazione, a mio parere, non può permettersi di ignorare, in questo momento. Non c´è bisogno qui di metterci a raccontare la storia dell´ingiustizia razziale in questo Paese. Ma dobbiamo ricordare a noi stessi che tantissime delle disparità che esistono oggi nella comunità afroamericana possono essere ricondotte direttamente alle disuguaglianze trasmesse da una generazione precedente, che subì sulla sua pelle il brutale lascito dello schiavismo e della segregazione razziale.
Le scuole segregate erano, e sono, scuole di serie B; ancora non abbiamo risolto questo problema, e l´istruzione di serie B che queste scuole fornivano e forniscono ancora oggi contribuisce a spiegare il generale divario nel successo scolastico tra studenti neri e studenti bianchi.
La discriminazione legalizzata, quando veniva impedito ai neri, spesso attraverso la violenza, di possedere terreni, o quando venivano rifiutati prestiti agli imprenditori afroamericani, o quando un nero che aveva una casa di proprietà non riusciva ad accedere ai mutui della Federal Housing Administration, o quando i neri venivano esclusi dai sindacati, o dalla polizia o dal corpo dei pompieri, ha impedito alle famiglie di colore di accumulare ricchezze sufficienti da lasciare in eredità alle generazioni future.
Questa storia contribuisce a spiegare il divario di reddito e di ricchezza tra bianchi e neri, e le sacche di povertà che ancora persistono in tantissimi centri urbani e comunità rurali.
La mancanza di opportunità economiche per gli uomini di colore, e la vergogna e la frustrazione che derivano dal non riuscire a garantire il mantenimento della propria famiglia hanno contribuito all´erosione delle famiglie nere, un problema che le politiche sociali applicate per molti anni forse hanno peggiorato.
E la mancanza di servizi di base in tantissimi quartieri a maggioranza afroamericana (parchi gioco per i bambini, pattugliamenti di polizia, raccolta regolare dei rifiuti e controllo degli abusi edilizi) ha contribuito a creare una spirale di violenza, degrado e abbandono di cui ancora oggi non riusciamo a liberarci.
Questa eredità di sconfitta è stata trasmessa alle generazioni future, a quei ragazzi, e sempre più anche a quelle ragazze, che vediamo in piedi agli angoli delle strade, o che languiscono nelle nostre prigioni, senza speranza o prospettive per il futuro. Anche per quei neri che ce l´hanno fatta, le problematiche della razza, e del razzismo, continuano a pesare tantissimo nel definire la loro visione del mondo.
Questa rabbia non sempre è produttiva; anzi, fin troppo spesso distoglie l´attenzione dalla risoluzione dei problemi reali; ci impedisce di guardare in faccia le nostre responsabilità per la condizione in cui ci troviamo e impedisce alla comunità afroamericana di stringere quelle alleanze di cui ha bisogno per produrre un cambiamento reale.
Ma la rabbia è reale; è molto forte; e limitarsi a desiderare che scompaia, condannarla senza comprenderne le radici serve soltanto ad approfondire il solco di incomprensione che esiste tra le razze.
Nella comunità bianca, la strada per un´unione più perfetta significa riconoscere che quello che affigge la comunità afroamericana non esiste soltanto nella mente della gente di colore; che il lascito della discriminazione – e i casi di attuali di discriminazione, pur se meno espliciti che in passato – è reale e dev´essere affrontato.
Non soltanto con le parole, ma con i fatti: investendo nelle nostre scuole e nelle nostre comunità; applicando le nostre leggi sui diritti civili e garantendo equità nel nostro sistema giudiziario; offrendo a questa generazione opportunità che per le generazioni precedenti non erano accessibili.
Non mi sarei candidato alla presidenza se non fossi stato convinto fin nel profondo del mio animo che questo è ciò che la stragrande maggioranza degli americani desidera per questo Paese. Questa unione forse non sarà mai perfetta, ma generazione dopo generazione ha dimostrato che è sempre possibile perfezionarla.
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Pubblicato da fedegufedegu