09-05-2008 - Intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del “Giorno della memoria” dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice

Maggio 10, 2008

DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
IN OCCASIONE DEL
“GIORNO DELLA MEMORIA DEDICATO
ALLE VITTIME DEL TERRORISMO E DELLE STRAGI DI TALE MATRICE”

Palazzo del Quirinale, 9 maggio 2008

Questo è il giorno del ricordo e del pubblico riconoscimento che l’Italia da tempo doveva alle vittime del terrorismo. E’ il giorno del sostegno morale e della vicinanza umana che l’Italia sempre deve alle loro famiglie. Ed è il giorno della riflessione su quel che il nostro paese ha vissuto in anni tra i più angosciosi della sua storia e che non vuole mai più, in alcun modo, rivivere.
Parlo del terrorismo serpeggiante in Italia a partire dalla fine degli anni ‘60, e infine esploso come estrema degenerazione della violenza politica ; parlo delle stragi di quella matrice e della lunga trama degli attentati, degli assassinii, dei ferimenti che insanguinarono le nostre città. L’obbiettivo che i gruppi terroristici così perseguivano era quello della destabilizzazione e del rovesciamento dell’ordine costituzionale. Dedichiamo l’incontro di oggi in Quirinale alle vittime di quell’attacco armato alla Repubblica, che seminò ferocemente lutto e dolore.
Sappiamo che nell’istituire, un anno fa, questo “Giorno della memoria” il Parlamento ha raccolto diverse proposte, comprese quelle rivolte a onorare gli italiani, militari e civili, caduti in anni recenti nel contesto delle missioni in cui il nostro paese è impegnato a sostegno della pace e contro il terrorismo internazionale, nemico insidioso capace di colpire anche a casa nostra. Alla loro memoria rinnovo l’omaggio riconoscente delle istituzioni repubblicane e della nazione. Sono certo che anche al loro sacrificio si rivolgerà pubblico omaggio nelle manifestazioni e negli incontri cui darà luogo ovunque la celebrazione del “Giorno della memoria”.
E colgo l’occasione per ricordare anche le vittime causate da fatti di diversa natura, dal disastro di Ustica all’intrigo delittuoso della Uno Bianca, ai caduti nell’adempimento del loro dovere e ai semplici cittadini, uomini e donne, che hanno perso la vita in torbide circostanze, su cui non sempre si è riusciti a fare pienamente chiarezza e giustizia. Più in generale, mi inchino a tutti i caduti per la Patria, per la libertà e per la legalità democratica, e dunque - come dimenticarle ! - alle tante vittime della mafia e della criminalità organizzata.
Ma sottolineo nuovamente la specificità delle vicende del terrorismo italiano, e l’esigenza di colmare vuoti e carenze nell’iniziativa dello Stato democratico, nell’impegno della comunità nazionale, che esigeva ed esige il ricordo di quelle vicende e delle loro vittime.
I momenti di solenne riconoscimento non sono mancati : come con il conferimento di medaglie d’oro, da parte del Presidente Ciampi, alla memoria di alcune figure rappresentative del sacrificio di molti negli “anni di piombo”. Ma era a lungo mancato un riconoscimento collettivo e proiettato nel futuro come quello deciso dal Parlamento con la legge istitutiva del “Giorno della memoria”.
E con la pubblicazione che oggi vede la luce abbiamo cercato di abbracciare in un comune ricordo ed omaggio - salvo possibili, involontarie omissioni o imprecisioni, di cui ci scusiamo - tutte le vittime della violenza politica armata, del terrorismo organizzato e rivolto a fini eversivi. Non si possono sfogliare quelle pagine senza provare profonda commozione e profondo sgomento. Abbiamo cercato di restituire, di consegnare alla memoria degli italiani, l’immagine - i volti, i percorsi di vita e di morte - di tutte le vittime.
I percorsi di vita, innanzitutto : perché non è accettabile che quegli uomini siano ricordati solo come vittime, e non come persone, che hanno vissuto, hanno avuto i loro affetti, il loro lavoro, il loro posto nella società, prima di cadere per mano criminale. Le ricordiamo tutte, come vittime e come persone, dalle più note ed illustri alle più modeste, facilmente rimaste più in ombra. Tutte, qualunque fosse la loro collocazione politica e qualunque fosse l’ispirazione politica di chi aggrediva e colpiva.
Vorrei che voi, mogli, figli, genitori, famigliari dei caduti, sentiste anche questa nostra particolare iniziativa come gesto di riparazione e di partecipe vicinanza per quello che avete sofferto, per il dolore di perdite irreparabili e poi per il dolore di una solitudine, di una disattenzione, che vi ha fatto temere di essere come dimenticati insieme con i vostri cari. Non può essere, non deve essere così. E’ l’impegno che oggi prendiamo.
La scelta della data per il “Giorno della memoria” è caduta per validi motivi sull’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro. Perché se nel periodo da noi complessivamente considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato, dall’altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria, non c’è dubbio che dominanti siano ben presto diventate queste ultime, col dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse. E il bersaglio più alto e significativo che esso abbia raggiunto è stato il Presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato, tenuto prigioniero per quasi due mesi e infine con decisione spietata ucciso.
Fu, in quel 16 marzo 1978, centrato dalle Brigate Rosse un obbiettivo forse impensabile, per il grado di organizzazione e il livello di audacia che comportava, ma non imprevedibile, dato il ruolo evidente e incontestabile di Moro nella vita politica nazionale, nella fase critica e cruciale che essa stava attraversando. Non si scelse un obbiettivo simbolico ; si decise di colpire il perno principale del sistema politico e istituzionale su cui poggiava la democrazia repubblicana.
Imprevedibili erano stati, e sarebbero stati ancora dopo, molti altri bersagli colpiti dalle Brigate Rosse con cieco furore ideologico : studiosi, magistrati, avvocati, giornalisti, amministratori locali, dirigenti d’azienda, commercianti, rappresentanti dei lavoratori, militari, uomini delle forze dell’ordine, e altri ancora, in una successione casuale e non facilmente immaginabile. Una successione perciò incalzante e angosciosa, che mirava a dare il senso dell’impotenza dello Stato, del vacillare delle istituzioni e della convivenza civile.
In Moro i terroristi individuarono il nemico più consapevole, che aveva più di chiunque colto - nel ‘68 - quel che si muoveva e premeva nella società, la crisi dei vecchi equilibri politici, il travaglio e la domanda di rinnovamento delle nuove generazioni, e quindi - nel maggio ‘77 - aveva lanciato l’estremo allarme. Ci si trovava, così disse, dinanzi a “manifestazioni di violenza” che avevano “uno sfondo ideologico” e si collocavano “tra la lotta politica e la lotta armata” ; di qui l’”apprensione per il logoramento” cui erano “sottoposte le istituzioni e le stesse grandi correnti ideali che credono nella democrazia”. Egli non dubitava dell’”esito finale” del confronto tra le istituzioni democratiche, tra le forze democratiche e le forze che conducevano “un così grave attacco portato nel cuore dello Stato”, ma era cosciente della durezza della prova, dell’”alto costo” e delle “distorsioni” che poteva comportare.
Per quel che egli rappresentava storicamente - nella lunga vicenda della costruzione democratica e della lotta politica in Italia - e per quel che contava in quel momento come punto di riferimento ai fini di una risposta concorde all’offensiva terroristica e di una sapiente tessitura volta a rinnovare e consolidare la democrazia nel nostro paese, il Presidente della Democrazia Cristiana divenne la vittima designata, da catturare anche a costo dell’efferato sterminio della sua scorta -, dei suoi “compagni di viaggio”,- nell’agguato di via Fani, e fu quindi a lungo ristretto in una condizione fisica disumana, e sottoposto a una tremenda violenza psicologica.
Si sono di recente pubblicate attente ricostruzioni di quei fatti e analisi penetranti degli svolgimenti di una così inaudita e sconvolgente vicenda, dei comportamenti di tutti coloro che ne furono i diversi attori. Ma non è in questa sede e non è da parte mia che si possono esprimere giudizi conclusivi. Si può solo invitare - trent’anni dopo - alla riflessione profonda e dolorosa, alla ricerca non ancora conclusa, che anche questi nuovi contributi di osservatori e studiosi sollecitano ; possiamo solo inchinarci con rispetto e commozione dinanzi alla tragedia vissuta trent’anni orsono da un grande protagonista della storia democratica dell’Italia repubblicana, dinanzi allo sforzo intellettuale e politico da lui dispiegato in uno stato di cattività esposto a continue pressioni e manipolazioni. Possiamo solo inchinarci dinanzi al suo tormento umanissimo, consegnato a lettere di straordinaria intensità per carica affettiva e morale.
Fu tragedia non solo di un uomo, ma di un paese, di questa Italia che un grande maestro, Norberto Bobbio, volle ricordarci, dinanzi a simili eventi, essere, appunto, “un paese tragico”.
Ci sarà ugualmente da riflettere ancora e a fondo -anche se molto si è lavorato, anche di recente, su questi temi - sulla genesi e sulla fisionomia dei fenomeni di stragismo e terrorismo politico di cui è stata teatro l’Italia : su come siano nati e via via cresciuti, su quali ne siano state le radici, i punti di forza, le ideologie e strategie di supporto. E c’è da augurarsi che si riesca ancora a indagare, anche in sede giudiziaria, su singoli fatti di devastante portata : che si riesca ad accertare pienamente la verità, come chiedono le Associazioni delle famiglie delle vittime.
Quel che più conta, tuttavia, è scongiurare ogni rischio di rimozione di una così sconvolgente esperienza vissuta dal paese, per poter prevenire ogni pericolo di riproduzione di quei fenomeni che sono tanto costati alla democrazia e agli italiani. In effetti abbiamo visto negli ultimi anni il riaffiorare del terrorismo, attraverso la stessa sigla delle Brigate Rosse, nella stessa aberrante logica, su scala, è vero, ben più ridotta ma pur sempre a prezzo di nuovi lutti e di nuove tensioni. Si hanno ancora segni di reviviscenza del più datato e rozzo ideologismo comunista, per quanto negli scorsi decenni quel disegno rivoluzionario sia naufragato insieme con la sconfitta del terrorismo, mostrando tutto il suo delirante velleitarismo, la sua incapacità di esprimere un’alternativa allo Stato democratico. E se vediamo nel contempo - come li stiamo vedendo - segni di reviviscenza addirittura di un ideologismo e simbolismo neo-nazista, dobbiamo saper cogliere il dato che accomuna fenomeni pur diversi ed opposti : il dato della intolleranza e della violenza politica, dell’esercizio arbitrario della forza, del ricorso all’azione criminale per colpire il nemico e non meno brutalmente il diverso, per sfidare lo Stato democratico. Occorre opporre a questo pericoloso fermentare di rigurgiti terroristici la cultura della convivenza pacifica, della tolleranza politica, culturale, religiosa, delle regole democratiche, dei principi, dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione repubblicana. E occorre ribadire e rafforzare, senza ambiguità, un limite assoluto, da non oltrepassare qualunque motivazione si possa invocare : il limite del rispetto della legalità, non essendo tollerabile che anche muovendo da iniziative di libero dissenso e contestazione si varchi il confine che le separa da un illegalismo sistematico e aggressivo.
Lo Stato repubblicano non può abbassare la guardia, dopo aver fatto fronte allo stragismo e aver sconfitto il terrorismo dilagante degli scorsi decenni. Lo ha sconfitto dopo aver subíto colpi molto duri - più di qualsiasi altro il sequestro di Aldo Moro, lo sterminio della sua scorta e infine la sua feroce soppressione ; lo ha sconfitto restando sul terreno della democrazia e dello Stato di diritto, e senza concedere alle Brigate Rosse il riconoscimento politico di controparte in guerra che esse pretendevano.
Bisogna rendere omaggio a quanti si sono battuti con tenacia fino a cogliere successi decisivi : a quanti vi hanno contribuito nel campo delle forze politiche - in seno al governo e in Parlamento - nel mondo sociale e culturale, e con coraggio, in prima linea, anche a rischio della vita, nella magistratura e nelle forze dell’ordine.
La prova è stata ardua, terribilmente dolorosa, e non può considerarsi del tutto conclusa, o conclusa una volta per tutte. Di qui l’appello alla vigilanza e alla severità.
Per nessuno la prova è stata così dura come per i famigliari delle vittime. E la prova più alta - lo ha detto con parole bellissime nel suo libro Mario Calabresi - è stata quella di far crescere i figli liberi dal rancore e dall’odio, di “scommettere tutto sull’amore per la vita”, di guardare avanti “nel rispetto della memoria”. Purtroppo questo rispetto è spesso mancato, e proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche.
D’altronde, non pochi tra loro sono rimasti reticenti, anche in sede giudiziaria, e sul piano politico hanno ammesso errori e preso atto della sconfitta del loro disegno, ma non riconoscendo esplicitamente la ingiustificabile natura criminale dell’attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori. Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso : ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni. Mi ha colpito e indignato leggere giorni fa l’intervista di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che ora ha detto di provare “rammarico per i famigliari delle vittime delle BR”, ma aggiungendo di aver dato per scontato che “quando si fanno azioni di un certo tipo” accade di “dare dei dispiaceri ad altri”. No, non dovrebbero esserci tribune per simili figuri.
Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali.
Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l’ha subita, a chi ne ha avuto la vita spezzata, ai famigliari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati. Si deve dar voce a racconti di verità sugli “anni di piombo”, ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute dalla parte della legge e dello Stato democratico, dalla parte di un’umanità dolorante. E a questa parte, ai famigliari delle vittime, a tutti i colpiti dallo stragismo e dal terrorismo lo Stato deve restare vicino, anche garantendo l’attuazione di leggi come quella del 2004. Solo così, con questo rispetto per la memoria e con questa vicinanza alle persone che hanno sofferto, si potrà rendere davvero omaggio al sacrificio di tanti. E’ qui il significato del 9 maggio “Giorno della memoria” che oggi insieme celebriamo.

http://www.quirinale.it/presidente/video/videoquir/popvideo_2008_05_09.htm

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Nostro grande caro Pd

Maggio 4, 2008

Nostro grande caro Pd

Il nostro grande caro Pd,ha perso certo.Analizzando e’ stato attaccato da Sinistra perche’ troppo centrista,dai cattolici perche’ troppo laico dai laci perche’ troppo cattolico,da destra perche’ troppo comunista,dai giustizialisti perche’ troppo garantista,da Grillo perche’ la casta e poi dal suo interno perche’ troppo moderato e dai sindacati perche’ troppo innovativo etc etc.Nonostante questo un terzo del paese ci ha capito e credo che a differenza di altri chi ci ha votato era convinto della bonta’ della nostra proposta.Non un voto ideologico anzi.Addirittura penso che il 3%della sinistra arcobaleno era in buona parte del nostro vecchio elettorato scontento.Un voto per governare quindi.Quindi vediamo come Berlusconi e’ arrivato lui si’ a governare mantenendo la promessa almeno di vincere con 10punti di distacco:la risposta e’ Alleanze:

Al nord la Lega,al centro An,al Sud Mpa e l’Italia a Lui.

Ora dobbiamo pensare all’europee che sara’ il vero trampolino di lancio verso le regionali:

Bello sarebbe proporre un portavoce nel simbolo un po’ come Veltroni,Bypassando quindi il sistema proporzionale e per scegliere indire le primarie diverse pero’ da quelle del 14ottobre,ovvero aprendole ai vari candidati radicali socialisti grillisti dipietristi e verdi.Addirittura permettendo in quell’occasione a quella parte di sx arcobaleno rappresentata da Bertinotti che sicuramente fuoriuscira’ da Rifondazione,di partecipare alle nostre primarie.UQesto perche’ ormai il Pd e’ nato e non e’ piu’ la somma di 2partiti ma e’ di fatto un partito nuovo che si deve candidare a rappresentare e ‘contenere’ tutte le spinte e le forze presenti nel centrosinistra tranne quelle conservatrici(rizzo,ferrero e co.).Una scelta di questo tipo permetterebbe di evitare la tentazione dei piccolini di contarsi e che per noi comporterebbe sicuramente una fuoriuscita di voti identitari che invece devono stare con noi e contribuire alla formazione di questo nostro grande partito plurale.In piu’ chiuderebbe la porta ai nostalgici alla Vincenzo Vita che vorrebbero polarizzare l’attenzione su di se’ spingendo sul partito identitario,vera sciagura come si vede dai risultati del paese piu’ avanzato d’Europa(Uk) dove i Laburisti hanno fatto un balzo indietro indicando chiaramente anche la fine della terza via Blairiana,un risultato che ci deve fare allontanare da tentazioni identitarie socialdemocratiche ma anche da tentazioni moderniste di riformismo europeo che tranne in Spagna sta perdendo ovunque,ed invece devono spingerci a valutare il nostro partito democratico senza la consueta(in ue)dizione socialdemocratica,come la vera novita’ dello scenario europeo.Vera novita’ perche’ chi nasce dopo a differenza di quanto ci suggerirebbe tutta la cultura (conservatrice ALDILA’ degli schieramenti) europea,forse puo’ portare qualche miglioramento all’esistente senza doversi sentire obbligato ad appartenere a grandi famiglie,che come le famiglie nella verita’ pratica del nostro esistere sono comode prigioni.

Avere quindi il coraggio di aprire una via inedita,riempirci di un pragmatismo che tutti gli europei si attendono dalla politica abbandonando gli steccati e i paletti che qualsiasi ideologia(liberale,cattolica o socialista)ci ha posto fino ora.

Per esempio all’elettore del Pd del NordItalia quale male viene dal Federalismo fiscale?Al lavoratore quale male viene dalla detassazione degli straordinari?Le gabbie salariali potrebbero risolvere il problema occupazionale e del nero al sud?

Se a queste risposte sappremo dare una risposta che non richiami ad una ragione morale ma ad una ragione pratica il nostro successo alle regionali del2010 sara’ assicurato.E una volta compreso che gli elettori hanno bisogno piu’ di risposte che di ideali potremo anche ripensare al sistema di Alleanze che potrebbe farci governare(come e’ il nostro scopo senza il quale perdiamo di senso)alle prossime politiche:Essendo riusciti ad attirare nella nostra orbita stabilmente quel satellite che e’ la cultura laica,radicale,liberalsocialista che comprende anche Bertinotti potremo senza dubbi seguire lo schema di Berlusconi alleandoci a nord con la Lega al centro con Di Pietro e a Sud con l’udc,con la coscienza che un partito del 35%e passa ha tutta la possibilita’ di imperniare su di se’ l’opera di governo concordando con le forze minoritarie o territoriali un programma del fare,fortemente incentrato su poche tematiche,senza paura di sporcarsi le mani per risolvere i problemi che democraticamente la folla degli elettori ha portato alla ribalta.Non fare questo in questa maniera o in altra potrebbe significare tradire il nostro scopo che e’ nel nostro nome ovvero di servitori della Democrazia,come tutti gli elettori ci hanno chiesto scegliendo la democrazia piuttosto che la tecnocrazia dei Padoa Schioppa e Visco,archiviando definitivamente il tassa e spendi(anche se socialmente equo).


In onore del 25 aprile

Aprile 27, 2008

Questo video interamente girato alle capanne di Marcarolo luogo deserto e selvaggio dove 97 partigiani furono sorpresi alla Benedicta e giustiziati il 6 aprile 1944.

http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_della_Benedicta


Vincere, SI PUO’ FARE!

Aprile 12, 2008

Attendiamo i risultati anche del nostro impegno

 

LUNEDI’ 14 APRILE

DALLE ORE 15.00

PRESSO IL CIRCOLO PD “PORTA ROMANA”

via orti, 17

MM3 Crocetta

 

UNISCITI A NOI!


Milano Giovedi’10Aprile h20 Duomo:Walter Veltroni torna per vincere

Aprile 8, 2008

ECCO LA NOSTRA CAMPAGNA ELETTORALE:

Veltroni ha ribadito le condizioni di un’Italia diversa: la società
che vogliamo fare non è un astratto modello alternativo. Basta alla
crescita concentrata in poche mani e alla povertà attorno. Ricordate
cosa diceva Bob Kennedy?
“Non possiamo misurare i successi del paese sulla base del prodotto
interno lordo. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la
pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre
autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di
casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende
programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti
violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm,
missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare
la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli
equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che
aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi
popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della
qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago.
Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori
familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri
pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri
tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura
né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né
la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al
nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita
veramente degna di essere vissuta”.
Ha concluso Veltroni: “Sono le parole di un vero riformista, di un
vero democratico. Nessuno resti solo”.


Il Patto tra Produttori per il nuovo mondo del lavoro sottoscritto dai candidati del Pd

Marzo 22, 2008

PROSSIMO APPUNTAMENTO PER GIOVEDI’27MARZO ore21 IN CSO GARIBALDI 75

Nei giorni scorsi diverse iniziative si sono svolte a Milano con la partecipazione di Matteo Colaninno,Susanna Camusso,on.Zaccaria tutte volte a far comprendere la svolta davanti a cui siamo e che il PD realizzera’.Il passaggio da un sistema di relazioni basate sulla contrapposizione dipendente/imprenditore Autonomo/Dipendente ad un sistema in cui la cooperazione verso obiettivi economici diventa centrale lasciando il naturale gioco delle parti tra Impresa/sindacato nel suo ambito ovvero su come e in che percentuale dividere il frutto del lavoro.Cosi’ facendo ce’ tutto un mondo di relazioni da inventare per far uscire il mondo del lavoro dalla precarieta’ attuale,e qui sta il ruolo fondamentale della politica e del Partito Democratico in particolare,che dovra’ non solo governare questa trasformazione ma soprattutto guidarla.Con coraggio e fermezza bisogna affrontare uno ad uno i nodi che tengono fermo l’organizzazione del lavoro nel nostro paese ad iniziare dalla precarieta’ che e’ un grandissimo fattore di svalutazione della qualita’ del nostro sistema lavoro e quindi della nostra economia.Il modello di Flexsecurity(che coniuga la flessibilita’ alla formazione continua e a un reddito minimo garantito)che dovra’ essere avviato e che sara’ la piu’ grande trasformazione che riguardera’ direttamente milioni di giovani italiani.Qui sotto quanto controfirmato dai candidati del Pd che a cominciare da Pietro Ichino sono tra i massimi conoscitori della materia e ognuno da un particolarte punto di vista diverso:Questa e’ la garanzia del PD,pluralita’ di esperienze&unita’ di intenti!:

Per dare valore al lavoro

Manifesto Pd sul lavoro

“Impegnati nel mondo del lavoro come rappresentanti dei lavoratori o degli imprenditori, o come studiosi, abbiamo accettato la candidatura nelle liste del Partito Democratico perché siamo convinti che la realizzazione del suo programma può migliorare incisivamente la competitività del nostro sistema economico, la qualità del nostro tessuto produttivo e le condizioni di sicu-rezza e benessere di tutti, a cominciare da chi è più a rischio di precarietà e povertà.

Siamo ben consapevoli che tra lavoratori e imprenditori è fisiologico il contrasto di interessi sulla spartizione del frutto del loro comune lavoro nell’impresa: comporre questo contrasto, anche attraverso nuove forme di democrazia economica e partecipazione, spetta esclusivamente al sistema di relazioni sindacali, in piena autonomia dalla politica. Compito della politica, del Governo del Paese, su di un piano diverso e autonomo da quello delle relazioni sindacali, è invece di interpretare e tradurre in misure efficaci un interesse comune di lavoratori e imprenditori: quello al migliore possibile funzionamento complessivo del sistema economico nazionale, in particolare del mer-cato del lavoro, per consentire la massima crescita dell’occupazione e della ricchezza prodotta. E garantire che nessuno ne sia escluso.

Per questo ci impegniamo a

 far sì che aumentino almeno del 10% le persone che lavorano; il problema è soprattutto quello di incrementare il lavoro delle donne, con i servizi alle famiglie e gli sgravi fiscali;

 aprire l’Italia agli investimenti stranieri, che portano maggiore domanda di lavoro e innova-zione, entrambe indispensabili per far aumentare stabilmente le retribuzioni;

 sostenere le imprese che scelgono l’innovazione e la qualità come strumenti essenziali per competere nell’economia globale;

 combattere la precarietà del lavoro in tutte le sue forme, contrastare l’ingiustizia dell’esclusione di milioni di lavoratori dalla protezione della sicurezza del lavoro e del reddito, assumendo come modello quello della migliore flexicurity europea; questo significa coniugare il massimo possibile di flessibilità e adattabilità delle strutture produttive con la libertà delle scelte di vita e con il massimo possibile di eguaglianza di opportunità, di sicurezza e benessere per tutti i lavo-ratori, nessuno escluso;

 favorire lo sviluppo della contrattazione collettiva nelle aziende che dà valore al lavoro, au-menta la produttività e la partecipazione dei lavoratori ai suoi frutti;

 ridare orgoglio e prestigio al lavoro pubblico, anche voltando pagina rispetto alle inefficienze del settore; per questo occorre introdurre un sistema di trasparenza totale delle amministra-zioni; promuovere, incominciando dai vertici, la cultura della valutazione e della misurazione; applicare incentivi efficaci per premiare il merito e costringere al riallineamento le strutture più inefficienti;

 migliorare incisivamente il sistema scolastico e della formazione permanente, grande leva strategica per costruire l’uguaglianza di opportunità, combattere la disuguaglianza crescente tra le persone, consentire una risposta positiva agli shock tecnologici;

 promuovere con ogni mezzo e in ogni luogo la cultura della sicurezza e igiene del lavoro e del-la prevenzione degli infortuni, con la formazione, il potenziamento dei controlli ispettivi con-tro il lavoro irregolare; e il sostegno alle imprese che investono nella sicurezza

 promuovere gli investimenti nell’innovazione che salvaguardano e valorizzano l’ambiente e il territorio.

Nella scelta delle misure specifiche da adottare per il perseguimento di questi obiettivi ci impegniamo a prestare pragmaticamente la massima attenzione alle esperienze che ci si offrono nel panorama internazionale, a tutte le idee e proposte coerenti con i principi di civiltà e progres-so che ci accomunano.

Pierpaolo Baretta, Franca Biondelli, Antonio Boccuzzi, Massimo Calearo, Matteo Colaninno, Luigi Cocilovo, Cesare Damiano, Sergio D’Antoni, Pietro Ichino, Loredana Ilardi, Maria Paola Merloni, Alessia Mosca, Adriano Musi, Paolo Nerozzi, Achille Passoni, Giancarlo Sangalli, Tiziano Treu”Istruzioni per l’Uso


Barack Obama rilancia l’ideale democratico sulla questione razziale

Marzo 19, 2008

Remarks of Senator Barack Obama: ‘A More Perfect Union’


Philadelphia, PA | March 18, 2008
As Prepared for Delivery


Noi popolo degli Stati Uniti, allo scopo di garantire una più perfetta unione…

Duecentoventuno anni fa, in una sala che ancora esiste dall´altro lato della strada, un gruppo di uomini si riunì e con queste semplici parole lanciò l´improbabile esperimento democratico americano.
Il documento che produssero [la Costituzione degli Stati Uniti d´America, ndt] alla fine fu sottoscritto ma restò incompleto. Era macchiato dal peccato originale di questa nazione, lo schiavismo.

Naturalmente, la risposta al problema dello schiavismo era già incastonata nella nostra Costituzione, una Costituzione che ha come base fondamentale l´ideale di diritti di cittadinanza uguali per tutti e basati sulla legge; una Costituzione che prometteva al suo popolo libertà e giustizia, e un´unione che poteva e doveva essere perfezionata con il tempo.

Ma delle parole scritte su una pergamena non sarebbero bastate a liberare gli schiavi dalle loro catene o a garantire a uomini e donne di ogni fede e colore il pieno status, con tutti i diritti e doveri che comporta, di cittadino degli Stati Uniti.

Sarebbero serviti gli americani delle generazioni successive disposti a fare la loro parte, con lotte e proteste, nelle strade e nei tribunali, attraverso una guerra civile e la disobbedienza civile, e sempre correndo grandi rischi, per colmare quel divario tra le promesse dei nostri ideali e la realtà della loro epoca.

Ho scelto di correre per la presidenza in questo momento storico perché sono profondamente convinto che non potremo risolvere le sfide della nostra epoca se non le risolveremo insieme, se non perfezioneremo la nostra unione rendendoci conto che le nostre storie possono essere diverse ma che le nostre speranze sono le stesse; che possiamo avere un aspetto diverso e possiamo venire da posti diversi, ma che tutti vogliamo procedere nella stessa direzione, verso un futuro migliore per i nostri figli e per i nostri nipoti.

Questa convinzione viene dalla mia incrollabile fede nell´onestà e nella generosità del popolo americano. Ma viene anche dalla mia personale storia di americano.
Io sono il figlio di un uomo nero del Kenya e di una donna bianca del Kansas. Sono stato cresciuto con l´aiuto di un nonno bianco sopravvissuto alla Grande Depressione per trovarsi poi a combattere nell´armata del generale Patton durante la seconda guerra mondiale, e di una nonna bianca che lavorò alla catena di montaggio di un bombardiere a Fort Leavenworth mentre mio nonno era sotto le armi.

Io sono andato in una delle migliori scuole d´America e ho vissuto in una delle nazioni più povere del mondo. Io sono sposato con un´americana nera che ha nelle vene il sangue di schiavi e di proprietari di schiavi, un´eredità che abbiamo trasmesso alle nostre due adorate figlie.

Ho fratelli, sorelle, nipoti, zie e cugini di ogni razza e tonalità della pelle, sparsi su tre continenti, e fintanto che vivrò non dimenticherò mai che in nessun altro Paese sulla terra la mia storia sarebbe stata anche solo possibile.
È una storia che non fa di me il più convenzionale tra i candidati. Ma è una storia che ha impresso a fuoco nel mio patrimonio genetico l´idea che una nazione è qualcosa di più della somma delle sue parti, che siamo veramente e pluribus unum ["L´unità dalla pluralità"; è il motto nazionale degli Stati Uniti, ndt].

Nelle ultime due settimane, la questione della razza in questa campagna ha assunto tratti particolarmente laceranti.
Abbiamo sentito dire in sostanza che la mia candidatura è una sorta di esercizio di discriminazione positiva, che è basata unicamente sul desiderio di progressisti ingenui di comprare a buon mercato una riconciliazione razziale.

La razza è un problema che questa nazione, a mio parere, non può permettersi di ignorare, in questo momento. Non c´è bisogno qui di metterci a raccontare la storia dell´ingiustizia razziale in questo Paese. Ma dobbiamo ricordare a noi stessi che tantissime delle disparità che esistono oggi nella comunità afroamericana possono essere ricondotte direttamente alle disuguaglianze trasmesse da una generazione precedente, che subì sulla sua pelle il brutale lascito dello schiavismo e della segregazione razziale.

Le scuole segregate erano, e sono, scuole di serie B; ancora non abbiamo risolto questo problema, e l´istruzione di serie B che queste scuole fornivano e forniscono ancora oggi contribuisce a spiegare il generale divario nel successo scolastico tra studenti neri e studenti bianchi.
La discriminazione legalizzata, quando veniva impedito ai neri, spesso attraverso la violenza, di possedere terreni, o quando venivano rifiutati prestiti agli imprenditori afroamericani, o quando un nero che aveva una casa di proprietà non riusciva ad accedere ai mutui della Federal Housing Administration, o quando i neri venivano esclusi dai sindacati, o dalla polizia o dal corpo dei pompieri, ha impedito alle famiglie di colore di accumulare ricchezze sufficienti da lasciare in eredità alle generazioni future.

Questa storia contribuisce a spiegare il divario di reddito e di ricchezza tra bianchi e neri, e le sacche di povertà che ancora persistono in tantissimi centri urbani e comunità rurali.

La mancanza di opportunità economiche per gli uomini di colore, e la vergogna e la frustrazione che derivano dal non riuscire a garantire il mantenimento della propria famiglia hanno contribuito all´erosione delle famiglie nere, un problema che le politiche sociali applicate per molti anni forse hanno peggiorato.
E la mancanza di servizi di base in tantissimi quartieri a maggioranza afroamericana (parchi gioco per i bambini, pattugliamenti di polizia, raccolta regolare dei rifiuti e controllo degli abusi edilizi) ha contribuito a creare una spirale di violenza, degrado e abbandono di cui ancora oggi non riusciamo a liberarci.

Questa eredità di sconfitta è stata trasmessa alle generazioni future, a quei ragazzi, e sempre più anche a quelle ragazze, che vediamo in piedi agli angoli delle strade, o che languiscono nelle nostre prigioni, senza speranza o prospettive per il futuro. Anche per quei neri che ce l´hanno fatta, le problematiche della razza, e del razzismo, continuano a pesare tantissimo nel definire la loro visione del mondo.

Questa rabbia non sempre è produttiva; anzi, fin troppo spesso distoglie l´attenzione dalla risoluzione dei problemi reali; ci impedisce di guardare in faccia le nostre responsabilità per la condizione in cui ci troviamo e impedisce alla comunità afroamericana di stringere quelle alleanze di cui ha bisogno per produrre un cambiamento reale.

Ma la rabbia è reale; è molto forte; e limitarsi a desiderare che scompaia, condannarla senza comprenderne le radici serve soltanto ad approfondire il solco di incomprensione che esiste tra le razze.
Nella comunità bianca, la strada per un´unione più perfetta significa riconoscere che quello che affigge la comunità afroamericana non esiste soltanto nella mente della gente di colore; che il lascito della discriminazione – e i casi di attuali di discriminazione, pur se meno espliciti che in passato – è reale e dev´essere affrontato.

Non soltanto con le parole, ma con i fatti: investendo nelle nostre scuole e nelle nostre comunità; applicando le nostre leggi sui diritti civili e garantendo equità nel nostro sistema giudiziario; offrendo a questa generazione opportunità che per le generazioni precedenti non erano accessibili.
Non mi sarei candidato alla presidenza se non fossi stato convinto fin nel profondo del mio animo che questo è ciò che la stragrande maggioranza degli americani desidera per questo Paese. Questa unione forse non sarà mai perfetta, ma generazione dopo generazione ha dimostrato che è sempre possibile perfezionarla.
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Dedicato ad Aldo Moro,il Partito Democratico

Marzo 16, 2008

http://www.democratica.tv/video/3981


Hillary riapre la partita conquistando i grandi stati

Marzo 6, 2008

La tenacia e l’ oggettiva preparazione della Clinton fermano l’onda lunga di Obama che e’ sempre in difficolta’ nei grandi stati dove il door to door e la forza del passaparola perdono incisivita’.E’ il confronto tra 2 grandi visioni democratiche:

La prima di Hillary basata sulla delega al partito ,la seconda di Obama basata sulla partecipazione personale alla vita politica.Credo che la visionarieta’ di Obama stia proprio nell’aver anticipato i tempi,mi spiego:

Credo che le mutate condizioni economiche dell’Occidente nei prossimi decenni ci potrebbero costringere proprio ad una diretta partecipazione alla vita politica e sociale con forme anche mutualistiche,come unica alternativa a direttòri populisti.

Forse ne noi ne gli americani siamo ancora pronti ad uscire dalle nostre relative sicurezze(che nonostante siano messe in discussione ci rendono ancora dei privilegiati rispetto alla gran parte della popolazione dei paesi produttivi mondiali) e credere davvero che il futuro e’ nelle nostre mani.In tal senso sarebbe utile ricordare quei giovani quegli studenti quegli operai quegli intellettuali,politici scrittori parroci quelle donne quei figli che nel 1945 conquistarono per noi la liberta’:non come santini ideologici ma come esempi di qualcosa da cui nulla ci puo’ garantire se non noi stessi,le nostre scelte,i nostri ideali,il nostro impegno e soli in ultima analisi il nostro voto.


Obama vince in Vermont.continua la serie 12 a 0 su Hillary

Marzo 5, 2008

Obama inarrestabile.Davvero non e’uno che si attacca alla speranza come lo prendevano in giro quelli di Fox news e tanti anche qui in Italia,con quel nostro fare tutto Italiano che ci fa guardare un po’ dall’alto in basso chi parla di cose semplici.

Forse il mondo ci sta cambiando sotto il naso e noi saremo con il dito in aria a pronunciare sentenze.

Mancano meno di 40gg al voto in Italia,qualunque cosa accadra’quel giorno dal giorno successivo sara’ il momento di rimboccarsi le maniche e lavorare per il bene del paese.Insomma o si parla ora o si tace per sempre.Adesso e’ il tempo di sperare adesso il tempo del cambiamento per chi lo desidera davvero.Lo scenario e’ chiaro,le pedine al loro posto,gli assi calati.Non si puo’ limitarsi ad andare a votare il 13aprile.E’ adesso il tempo della svolta.E’ finito il tempo di tapparsi il naso.e’ finito ora come mai il tempo del voto utile.Adesso e’ il tempo di decidere.Oggi alla camera i gruppi parlamentari del Pd hanno ricordato Moro.e ricordando Moro hanno ricordato Berlinguer.E’ adesso il momento del coraggio.Per chi e’ cattolico,per chi e’ comunista.per chi e’ democratico.ora.oggi.dopo 15anni di seconda repubblica si puo’ scegliere e aiutare a scegliere,nel senso di far capire che questa volta non e’ come le altre.che questa volta non e’ la solita bufala.Basti pensare che gli Usa stessi non sono piu’ una sicurezza sufficiente,anzi.Basti pensare a come dobbiam subire un plebiscito sovietico in Russia facendo buon viso a cattivo gioco.Basti pensare al medio oriente sempre piu ‘ incontrollabile,L’Africa che non solo terra di poverta’ sara’ la cina per i cinesi con tutta l’instabilita’ che ci portera’ ad un passo da casa.e le repubbliche sociali in Sudamerica e la crescente instabilita’ delle Borse Europee.

Molto dipendera’ dal nostro voto.ma molto dipendera’ da noi.E’ in questo progetto di cambiamento piu’ ampio che coinvolge anche le nostre poche sicurezze la sfida vera che dobbiamo affrontare.Persino Papa Benedetto XVI pare esserne coinvolto quando dice “la religione se diventa ideologia e’ pericolosa”,minando alla radice le velleita’ di chi vuol fare della religione un’identita’ per dividere,una bandiera per comandare.

Aver voglia di dialogo,avere speranza nella relazione con l’altro e’ questa la chiave di volta non tanto per vincere quanto per attuare il cambiamento di cui ci facciamo carico.